sabato 6 luglio 2013

Cairns

Passata la notte più calda della mia vita ci svegliamo con il tempo che pian piano migliora, anche se resta a tratti ancora nuvoloso. Andiamo a fare colazione, prendendoci qualche minuto per decidere che fare nei prossimi due giorni che abbiamo intenzione di rimanere qui.

Se uno dice Cairns di conseguenza dice Great Barrier Reef, quindi andiamo a prenotare per il giorno dopo un’escursione che durerà tutto il giorno e che ci porterà a largo in uno dei tanti reef che ci sono davanti alla costa di Cairns, con 100$ mi porto a casa il tour completo di pranzo e due sessioni di snorkeling, ma di questo ne parleremo in seguito. Per ora rimaniamo di fare un giro veloce per Cairns e decidere come occupare il resto della giornata.
La città come ho detto nel post precedente non è niente di che, allora decidiamo di prendere la macchina e di farci un giro. Con le cartine satellitari di google cerchiamo qualche spiaggia che dall’alto possa sembrare carina.
Aver fatto questo viaggio in macchina, se da un lato può essere stremante e scomodo tanto che la sera prima della partenza, gente che non conoscevamo ci diceva: “ah voi siete quelli del viaggio in macchina, voi siete pazzi!”, dall’altro ci permette di poter girare liberamente alla faccia di chi a Cairns ci viene comodo comodo in aereo. E proprio grazie a questo, ci siamo imbattuti in una delle strade che reputo più belle del viaggio.














Questa strada, oltre che essere a parer mio bellissima, porta a una comunità aborigena. Non ne avevo mai viste prima, in realtà neanche ne conoscevo l’esistenza. Praticamente è un paesino abitato esclusivamente da aborigeni nel quale si può entrare senza problemi, continuando a guidare, la strada diventa sterrata e finisce in mezzo alla foresta, dove si possono vedere capanne molto rudimentali, e anche qualche segno che fa capire quanto i nativi Australiani siano contenti di essere stati colonizzati.
La cosa che mi ha fatto più impressione, è questo cartello qui. 


In sostanza dice che da quel punto la strada non è più pubblica, ma che diventa a tutti gli effetti proprietà della comunità aborigena di Yarrabah, e che non si può entrare senza un permesso scritto dalla comunità stessa, pena la persecuzione penale.
Questo fa capire molto di come queste popolazioni ci tengano alla loro terra, e di come facciano di tutto per tenersela stretta.





Da quel poco che sono qui, ho imparato qualcosa sugli aborigeni e sulla storia di questo Paese, e non ne parlerò ora perché potrei scriverne un libro, ma dico solo che se da un lato sono molto d’accordo con questa linea di condotta, dall’altro è brutto vedere che il razzismo e le distinzioni fra nativi e non è forte oggi come sempre.








Comunque questa piccola gita fuori Cairns ci porta a scoprire dei paesaggi meravigliosi che mi fanno ricredere sul “mare” visto in città, anche se continua a rimanere un mare bello da vedere, ma non da farci il bagno, ovunque ci sono cartelli che avvertono la presenza di coccodrilli, e sulle spiagge, ogni 50-100 metri ci sono taniche di aceto che in caso di puntura di medusa, è l’unica cosa che versata sopra la ferita può dare qualche possibilità di sopravvivenza.
Tornati in città prendiamo una camera d’ostello, il clima è davvero troppo caldo la notte, e almeno possiamo disporre di un bagno senza troppi problemi.
E’ l’alba del quarto giorno, lasciamo l’ostello e ci dirigiamo al porto.
Una barca ci attende per portarci in mezzo alla Barriera Corallina!!!
Un’altra bella tacca da spuntare nel mio libro “Obiettivi vita”. Parte la navigazione, con tutte le spiegazioni di rito ai vari gruppi, chi fa solo snorkeling, chi fa anche sub come principiante e chi ha già brevetti che può andare più a fondo. Mio malgrado ho dovuto optare per fare solo snorkeling in quanto da piccolo ho avuto qualche problema al timpano dell’orecchio sinistro, e magari non succede niente anche se provo sub, ma essendo all’inizio del viaggio, e per di più in un paese straniero, ho voluto evitare di rischiare qualsiasi complicazione.
Dopo un’oretta e mezza di navigazione arriviamo sul posto, uno degli ultimi reef prima dell’oceano aperto.
Indosso muta, maschera e pinne e mi metto sulla passerella in acqua.
Il mare mi piace un sacco, lo adoro, ma l’oceano aperto mi lascia un senso di inquietudine, è la prima volta che mi trovo a nuotare a largo a parecchi km dalla costa, i primi due minuti devo dire che sono stati molto emozionanti, a tratti ero anche spaventato, non so bene da cosa, non chiedetemelo, ma il mio cervello è andato un po’ in sbattimento i primi momenti in acqua, vedere, o meglio, non vedere il fondo e sapere di essere in mare aperto mi ha innervosito parecchio.
Per fortuna dopo due minuti di annaspamenti mi sono fermato un attimo, ho pensato bene a dove ero e a cosa stavo facendo e mi sono calmato, e come mio solito, da quel momento sarei voluto restare li a nuotare all’infinito.
Per quanto riguarda quest’esperienza, le parole che ho da spendere sono proprio poche e comunque non renderebbero un decimo di quello che ho vissuto. Allora faccio parlare le foto che abbiamo fatto…




































Che dire, un’esperienza che mi porterò nel cuore tutta la vita! Purtroppo quelle foto sono state fatte durante la sessione pomeridiana di snorkeling, e non ci sono molti pesci, la mattina invece ne ho visti un sacco e molto più colorati, ma la go pro la stava tenendo Luca che ha fatto sub. Vorrei caricare il video, ma è di dimensioni abnormi.
Comunque se la barriera corallina ha lasciato un segno dentro il mio cuore, io ne ho lasciato uno tangibile anche se involontariamente, mentre mi toglievo un guanto per fare le foto ho perso un anello nel bel mezzo di un banco di coralli, l’unica fortuna è che non era il mio anello, quello con la frase, altrimenti avrei prosciugato l’oceano per ritrovaro.
Infondo però mi piace anche un po’ l’idea che un oggetto che è stato mio ora riposi sul fondo dell’oceano… fa molto vecchietta del Titanic che lancia la collana in mare!!!!
Tornati al porto saliamo in macchina e iniziamo a tornare indietro, nuovamente con destinazione Whitsunday Island, sperando che il tempo ci assista…
Come non detto, appena partiti ci assale il temporale più forte che abbia mai visto in vita mia. Non vedevo a 4 metri da me, tergicristalli completamente inutili, tuoni, fulmini e saette… Ma noi siamo più forti di qualsiasi avversità metereologica, e non saranno quei 7-8 quintali di acqua per centimetro quadrato che cadono ogni secondo a fermarci dall’andare avanti nei 500 km che dobbiamo fare prima di arrivare alla nostra meta.
Dopo un’ora di pioggia per fortuna il tempo migliora, e arriviamo sani e salvi nel paesino in cui il giorno dopo prenderemo la barca che ci porterà in una delle spiagge più belle del mondo.





venerdì 5 luglio 2013

Brisbane - Cairns


Come promesso riprendo il blog dal racconto del viaggio intrapreso dopo la mia vacanza italiana.
Here it is…

Ed è di nuovo Australia!
Iniziamo con il dire che per la terza volta ho avuto la fortuna di passare la parte di viaggio lunga con tre sedili liberi, ormai inizio a credere che non sia solo stata una botta di fortuna… Meglio così.
Appena arrivato all’aeroporto, ho rivissuto i momenti in cui ero atterrato la prima volta ad Agosto, ma sta volta con occhi ovviamente diversi, primo dettaglio, era mattina e non sera, e poi uscire dalle porte e vedere il lontananza quello skyline che per mesi è stato così familiare, mi ha fatto sentire di nuovo a casa. Altra cosa che mi ha aiutato a sentire il ritorno in patria Australiana è stata la temperatura, mi ero dimenticato quel caldo. Mai come quella mattina non vedevo l’ora di tornare a casa per farmi una doccia!
Rivedere pian piano tutti è stato bellissimo, a partire dalle mie coinquiline, a finire con gli amici di sempre. Ero finalmente ritornato a quella vita che tanto ho amato. Anche se aleggia sempre una sensazione strana, in quanto ho solo 4 o 5 giorni e poi si parte a fare un po’ il turista, dato che non l’ho fatto per sei mesi, ora, come già detto in passato, mi prendo 20 giorni con Luca per girare tutta la East Coast…
Alla fine si è unito a noi un nostro amico fiorentino, Giacomo, che sta con noi fino a Sydney e poi lui si ferma li.
Arriva anche il giorno della partenza, è una mattina calda, vado ad affittare la macchina, è molto bella, nuova e grande, una Toyota Camry azzurrina, ok il colore non è il massimo ma alla fine chissene.



Faccio un giro a raccattare i miei bagagli, e i miei compagni di viaggio e per la tarda mattinata siamo in partenza, direzione… non specificata, o meglio, nord. Il programma generale è arrivare fino a Cairns, tornare indietro fino a Sydney, per poi finire il tutto di nuovo a Brisbane, dove io e Luca prenderemo l’aereo per la Nuova Zelanda.
Il viaggio inizia con lo spirito al massimo e la strada che corre veloce fuori dai finestrini, fin troppo veloce in realtà, dovremmo fermarci in Sunshine coast perché Luca vuole approfittarne e fare un po’ di Kite surf, ma dopo un po’ ci accorgiamo di aver superato la meta di qualche chilometro, torniamo indietro e viviamo la prima tappa ufficiale del viaggio, mentre Luca si diletta con il suo nuovo giocattolino, io e Giacomo ce la contiamo in spiaggia a guardare la marea di gente che data la giornata perfetta da Kite ci deliziano con salti e acrobazie.






Il pomeriggio passa in fretta e il tempo inizia a guastarsi, allora decidiamo di mangiare qualcosa prima di proseguire il viaggio. Cerchiamo un parco con qualche barbecue elettrico, tanto qui sono comuni come le fontanelle per l’acqua da noi, e consumiamo il nostro pasto fatto di avanzi di fettine di carne e patate crude messe sulla piastra nella speranza che dopo un po’ di cottura diventassero mangiabili… per la cronaca no, se sono crude non ci si può fare niente… oh uno ci spera!!!



Finita la cena si riprende a macinare chilometri finchè ce la si fa, la prossima tappa dovrebbe essere Withsunday Island, famosa per avere una delle spiaggie più belle del mondo.
Il tempo per ora non è dalla nostra parte, le nuvole coprono il cielo e la pioggia va e viene, ma per fortuna non ci scoraggia più di tanto, e le ore passano fra la musica e le chiacchiere, condite dal caffè più schifoso che abbia mai bevuto preso in una “stazione di servizio” nel bel mezzo del nulla cosmico.
Ok, ora apro una lunga parentesi a proposito delle strade Australiane. Quando uno pensa alle autostrade australiane, a quelle due al massimo tre strade principali che collegano Brisbane a Cairns, si immagina quantomeno una strada come le nostre, due o tre corsie per ogni carreggiata dritte come spaghetti per tutte le centinaia di chiometri che separano le due città. Bene, se quella è l’immagine che avete in testa, è una grande cazzata!!! Le “autostrade” degne di quel nome, sono solo attorno i grossi centri urbani, e per grossi intendo 6 o 7 in tutta l’Australia, il resto sono solo strade a una carreggiata con due sole corsie, insomma, una strada di campagna. Ma la cosa torbida, quella che ti fa salire la voglia di scomodare una lunga lista di santi, è che ogni volta che devi sorpassare un camion o qualche buontempone che nonostante i già miseri 110km/h di limite massimo, decide di andare anche più piano, rendendo quelle strade già di per se lunghissime, qualcosa di eterno. Le uniche vie di fuga sono regalate ogni 10-20 km da delle apposite corsie di sorpasso della lunghezza di si e no 1km, in cui la strada acquisisce una corsia extra alternando prima un senso di marcia e poi l’altro, dantoti quindi la possibilità di sorpassare all’incirca ogni 20 minuti nella speranza che la colonna di macchine non sia troppo lunga altrimenti bisogna aspettare la corsia che ci sarà dopo.
Altra grande e simpatica particolarità delle strade australiane, è la presenza di cartelli stradali fantastici, a partire dai giochi per non addormentarsi finendo ai cartelli che riprendono le frasi dei bambini che chiedono ai genitori quanto manca, e quelli dei genitori che rispondono. Qui c’è qualche esempio di come la mentalità di questo Paese che per certi aspetti trovo fantastica, abbia condizionato anche il tipo di segnaletica.















Detto questo, ritorniamo a dove ci eravamo lasciati, sosta caffè/acqua putrida e via di nuovo con la decisione di arrivare più a Nord possibile, abbiamo pochi giorni e i chilometri sono tanti.
A notte inoltrata arriviamo in un paesino abbastanza sperduto in riva al mare dove decidiamo di pernottare. Giriamo qualche minuto alla ricerca di un angolino dove poter parcheggiare senza essere disturbati, in quanto in teoria dormire per la strada tecnicamente è illegale, ma questo viaggio è partito all’insegna del risparmio, e quindi di ostelli per ora non se ne parla.
Trovata una strada che finisce nel nulla parcheggiamo e ci apprestiamo alla prima notte in macchina. Fuori piove a dirotto e tira vento, il che per ora non è neanche così negativo, in quanto la temperatura non è molto alta e riusciamo a dormire quasi bene.
La mattina ci si sveglia con la pioggia che continua a cadere, meno della sera prima, ma il tempo non è il massimo. Lasciamo il paese venendo fermati dalla polizia che in un posto di blocco fa l’Alcol test alle 8 di mattina a tutte le macchine che passano… Questo rende anche bene l’idea di un lato di questo Paese non proprio positivo come quello dei cartelli stradali.
Dopo aver percorso quasi 1200 km da Brisbane, siamo in avvicinamento all’incrocio da prendere per arrivare a Whitsunday Island che il tempo continua ad essere brutto e un po’ demoralizzati decidiamo di andare oltre e sperare che il cielo ci dia tregua nel viaggio di ritorno.
Guidiamo fino a Cairns per i restanti 500 km con il morale che inizia a calare un pochino, la pioggia non smette e manda un po’ in fumo l’idea che ci eravamo fatti di questo viaggio. L’idea era quella di fermarsi qualche oretta anche a Rainbow Beach, un’altra bella spiaggia degna di nota ma che purtroppo non siamo riusciti a vedere.
Abbastanza stravolti dai 1700 km fatti in meno di 36 ore, arriviamo finalmente a Cairns e… FA CALDO!!!!!!!! TANTO!!!!! E’ ormai sera, ma c’è un’aria calda e umida che mi ricorda molto quella respirata nella balconata dell’aeroporto di Singapore. Prima cosa che noto della città è che alla fine è davvero piccola. Lo sapevo già, l’avevo vista mille volte su google earth, ma non me la immaginavo così tanto concentrata in 4 o 5 vie principali, ma soprattutto quando uno mi parlava di Cairns a me veniva in mente un’immagine di una città su un mare stupendo, forse anche una Miami in versione molto mini, invece la città è si sul mare, ma non esiste neanche la spiaggia, c’è uno scalino alto un metro e mezzo che da su una baia piccola e anche abbastanza puzzolente, e un po’ come a Brisbane se uno vuole farsi il bagno, nel parco che separa la città dalla costa c’è un’enorme piscina pubblica.
Pensandoci bene uno dovrebbe anche aspettarselo, fare il bagno in queste acque comunque può essere anche abbastanza pericoloso, in quanto sono pieno habitat della Box Jellyfish, la medusa più velenosa del mondo nonché i soliti amici squali. Però proprio me la immaginavo diversa, ma soprattutto me la immaginavo anche un po’ più viva! Se c’è una cosa alla quale non mi abituerò quasi mai è alle abitudini legate agli orari che hanno qui. Dopo tutta quella strada fatta, il caldo umido, il bagno nel mare fatto il giorno prima mentre Luca andava sul Kite, e una notte in macchina, volevamo cercare un’ostello per una notte sola per poterci fare una doccia, ma niente, tutte le reception già chiuse e nessuna possibilità di prendere una stanza. Per fortuna se le reception sono chiuse, le porte sono aperte e ne approfittiamo per farci comunque una doccia in un ostello almeno da rinfrescarci un po’ e andare alla ricerca del nostro solito posto in cui nascondere la macchina e poter passare la notte. Dopo una mezz’oretta forse più di vagabondaggio per le vie di Cairns, Luca riesce a trovare una via senza uscita e senza case, nella quale passo la notte più brutta del viaggio. La pioggia caduta fino a poche ore prima che con il caldo aumenta l’umidità del 200%, clima del quale gli insetti gioiscono. Dormire con le porte chiuse è impossibile, alla fine optiamo per tenere le porte aperte, solo i finestrini non sono abbastanza, e anche così finisce questa giornata.




venerdì 7 giugno 2013

Assenza forzata!!!


Dopo tanto tempo ritorno a pubblicare qualcosa sul blog!!!
Inizio con il dire che mi scuso se non ho più continuato il racconto del viaggio e di cosa mi sta succedendo, ma sono in mezzo al nulla, e trovare una connessione abbastanza decente per poter pubblicare il blog mi risulta difficile. Ma non perdiamoci in scuse e facciamo il punto della situazione.
I questo momento mi trovo vicino a Byron Bay, a 200 km da Brisbane in una farm di mirtilli in cui sto lavorando per mettere da parte i famosi 88 giorni che mi servono per poter estendere il visto di un altro anno.
Tutto è partito da quando sono tornato dal viaggio in Nuova Zelanda, viaggio del quale tornerò a parlare nei prossimi post, ora volevo solo aggiornare la mia situazione a chi non ha facebook e aspetta il blog per sapere mie notizie, che per inciso ho scoperto essere in tanti, e di questo non posso che esserne onorato.
Come dicevo tornato dal viaggio, sono rimasto solo più pochi giorni a Brisbane, giusto il tempo di mettere apposto qualche pratica burocratica e di trovare una macchina, cosa che non è stata per niente semplice.
In pochi giorni ho girato mezza città in cerca di concessionari che avessero qualche “buona” offerta in proporzione al nostro budget. Dico nostro perché è insieme a Michelangelo, un mio ex compagno di classe romano in Browns, che ho deciso di andare alla ricerca di una benedetta farm.
Dopo essere stato in almeno una decina di concessionari di usato, ero abbastanza disperato, in quanto non trovavo niente di per lo meno decente, se la macchina era in buone condizioni, il prezzo era troppo alto, e se il prezzo era abbordabile, era un miracolo se stava ancora tutta insieme.
Un discorso a parte va fatto per i chilometraggi che ho visto. Ora, io ammetto di non essere un grosso esperto di motori, cosa che per altro ha reso la mia ricerca ancora più difficile, ma più o meno ricordo quello che vedevo in Italia, e quando una macchina supera i 150.000 km è praticamente da buttare, e anche se tenuta in buone condizioni, da noi vale meno di niente. Qui 150.000 km vuol dire che la macchina è praticamente nuova, ho visto macchine con più di 400.000 km, e se si vuole stare sotto i 3000$, il chilometraggio medio non scende sotto i 250.000. Non ho idea di come le fanno le macchine qui, e capisco che la concezione di distanze che abbiamo noi non è neanche lontanamente immaginabile a quella che hanno qui, ma vedere macchine del 1985 con 390.000km vendute a prezzi anche alti di sicuro fa un attimo riflettere.
L’altro problema è quando ti trovi davanti a una macchina che sembra nuova, neanche un graffio, gli interni perfetti, con 80.000km a 1.500$
Io che sono italiano e quindi sospettoso ci sto ben lontano da un’offerta del genere.
Quindi non resta che affidarsi alle conoscenze, per fortuna o per sfortuna, ancora non lo so, ho provato a chiedere alla mia padrona di casa se conosceva qualche posto affidabile e lei prontamente mi ha dato il numero di una sua amica che ha venduto auto per una vita e che anche se è in pensione è ancora nel giro, e che di lei si fida.
Parlando con lei, mi chiede quanto voglio spendere, quanto ho intenzione di viaggiare e altre cose, alla fine mi dice di avere una macchina che fa per me.
Il giorno dopo la vado a vedere, la macchina è una Mazda 626 station wagon del 1994 con 290.000 km, tenuta molto bene e quasi senza un graffio.
Ci faccio un giro e vedo che non sembra andare male, quindi concludiamo l’affare.
Ora non mi resta che sperare che non ci lasci a piedi nel mezzo del nulla.
Due giorni dopo aver comprato la macchina decidiamo di partire, lasciare Brisbane, sta volta definitivamente, e andare alla ricerca di una farm in cui riuscire a lavorare.
Inutile dire che il 18 Aprile è stata una delle giornate più tristi da quando ho messo piede per la prima volta a Brisbane, quel capitolo della mia vita si chiudeva per sempre, avevo visto tante persone partire, ma non ero molto preparato al giorno in cui sarei stato io quello che avrebbe lasciato quella città che per mesi mi aveva accolto.
Salutare quelle poche persone che ancora erano rimaste non è stato per niente facile, e vedere la città scorrere dai finestrini è stato un duro colpo che mi ha accompagnato per diversi giorni, perché ovunque mi porterà la vita, Brisbane è e sarà per sempre un posto in cui mi sentirò a casa ogni volta che ci tornerò, perché quello del 18 Aprile non è stato un addio.
Ma bisognava guardare avanti, e impegnarsi, perché stava per arrivare uno dei momenti più difficili, da quel momento non ci sarebbe stata più pausa fino a che non si fosse trovato lavoro.
Attrezzati con il necessario per poter sopravvivere e dormire in macchina, siamo partiti alla volta di Byron Bay perché dovevamo incontrare un mio vecchio amico, uno di quelli conosciuti appena arrivato, che prima di Natale era partito a sua volta per le farm, e ora che aveva finito stava tornando a Brisbane.
Abbiamo deciso di incontrarlo sia perché comunque faceva piacere rivedere un amico dopo tutti quei mesi, e poi perché avendo vissuto in prima persona l’esperienza delle farm, poteva raccontarci qualcosa e darci qualche consiglio.
Detto fatto, passato una piacevole serata in compagnia, il giorno dopo ci si saluta e non sapendo ancora bene in che zona dell’Australia cercare il lavoro, decidiamo di spendere qualche giorno vicino Byron Bay, e girare fermandoci in ogni farm o simile a chiedere se cercano lavoratori o se conoscono qualcuno che ne ha bisogno. I primi due giorni non sono un grosso successo, ci sentiamo solo dire che ora non è stagione di quasi niente se non delle macadamia, che sono una specie di nocciola che hanno qui. Passiamo le giornate tra le vie sperdute in mezzo ai campi, i paesini, se così li vogliamo chiamare con 10 case, finchè non arriviamo in un  paese chiamato Bangalow dove dal giornalaio mi regalano un libretto con dentro tutti gli indirizzi, e numeri di telefono delle attività della contea. Aperta la sezione farm, si inizia a chiamare a raffica tutti i numeri di telefono, parlando principalmente con segreterie telefoniche in quanto è sabato mattina. Di un minimo interessati ce ne sono due, uno che ha una farm di mandarini che ci prende i nomi e i numeri di telefono dicendo che per ora sono fermi ma nel giro di una ventina di giorni iniziano a raccogliere e che ci metteva in lista per essere chiamati, e uno che coltiva Guava, o come accidenti si dice, un frutto che sinceramente non so neanche che sia, che come il primo segna i nomi e li mette “in lista”. Un po’ scoraggiati dall’insuccesso decidiamo di rimanere comunque in zona, 98% di quelli chiamati sentiranno il messaggio lunedì mattina, magari ce ne sarà uno che risponderà. Per dovere di cronaca, nei giorni seguenti, nessuno ci ha richiamati, neanche chi ci aveva “messo in lista”.
Fattostà che siamo sul punto di decidere che tanto cercare porta a porta di sabato è inutile, è tutto chiuso, quindi di prenderci il week end per stare al mare e rilassarci un pochino, quando riceviamo una chiamata da un signore che dice che vorrebbe parlarci a quattr’occhi nel giro di un’oretta e mezza.
Ritorna un goccio di speranza, troviamo la farm, ma dobbiamo aspettare un po’, perché non sono a casa, quindi ci andiamo a svaccare su un prato e a goderci un pochino il sole splendente di quella giornata.





La farm si chiama Blueberry Fields, si trova a Brooklet, un paesino a 10 km dal mare e 20 da Byron Bay.






 Ci presentiamo all’appuntamento nello stesso momento in cui i proprietari stanno arrivando a casa, ci presentiamo e ci fanno un paio di domande. Il proprietario si chiama Otto, la moglie Lynette, e ora come ora non è stagione di raccolta, quindi non hanno lavoro come pickers (raccoglitori) ma fortuna vuole che stanno montando delle reti anti uccelli su un campo e ci dice che ha lavoro per un paio di giorni, ma che dopo non assicura niente. Ovviamente accettiamo senza obbiettare, anche se pochi giorni, sono comunque qualcosa. Ci chiedono anche se abbiamo una sistemazione, diciamo che abbiamo attrezzato la macchina per poterci dormire dentro e che non è un problema.
Facciamo per andare via, quando vediamo Otto che ci viene incontro e ci dice che se vogliamo, hanno un container in giardino, che se vogliamo restare li a dormire possiamo, dobbiamo solo metterlo apposto perché ora è usato come ripostiglio ed è pieno di schifezze.
Che dire, siamo senza parole, ringraziamo e andiamo a vedere. Il container è uno di quegli sgabbiotti che si vedono nei cantieri che vengono usati come ufficio, non è malaccio, è solo pieno di roba da buttare via, ci fanno vedere che nel capanno affianco c’è anche il bagno e la cucina che possiamo utilizzare senza problemi dato che è tutto staccato dalla loro casa.
Iniziamo a pulire, ci mettiamo quasi tre ore a rendere quel posto per lo meno vivibile, ammazzando tutti i ragni e buttando tutto nella spazzatura, ma alla fine ha le sembianze di una camera con due letti due tavoli e un divano. Non si può chiedere di meglio.
La sera, Otto ci dice che dato che siamo qui, se vogliamo possiamo iniziare a lavorare anche l’indomani anche se sarebbe stata domenica. Dato che la prima impressione è quella che conta, diciamo senza il minimo dubbio di si, che non ci sono problemi, e così iniziamo a mettere e chiudere delle reti sopra un campo di piante di mirtilli.
Il tutto senza sapere quanto ci avrebbero pagato, e senza sapere quanto e se ci avrebbero tenuto.
Da quel sabato in cui ci sono stati assicurati due o tre giorni di lavoro, sono passate tre settimane prima che finissimo di coprire tutto il campo con le reti, Otto e Lynette si sono dimostrati gentilissimi e disponibilissimi in tutto e per tutto, facendoci lavorare anche solo 3 o 4 ore al giorno per poter allungare il lavoro e mettere da parte più giorni possibile, l’unica cosa che ci manca per poter dire di essere davvero apposto è Internet, qui nella nostra stanza il cellulare non prende neanche una tacca, per poter parlare bisogna uscire nel prato, e per quanto loro abbiano una connessione, non la possiamo usare, in quanto è molto limitata, hanno solo 7gb al mese e non ci si fa niente.
Per il resto ci siamo sistemati benissimo, abbiamo il mare e Byron Bay a 15 minuti di macchina, non dobbiamo dormire in qualche area di servizio, e finito il lavoro con le reti ci hanno proposto di restare fino a Febbraio del prossimo anno, per ora la stagione di raccolta piena non è ancora iniziata, c’è solo uno dei 20 campi che hanno che da frutti, quindi per ora sopravviviamo raccogliendo quel poco che c’è e riparando una vecchia rete su un altro campo, aspettando che inizi il pieno della stagione di raccolta che dovrebbe essere fra un mesetto o due al massimo.
In questi giorni oltretutto stiamo anche lavorando poco perché il tempo non è il massimo, e quando piove non si può fare niente.
Ma sono felice di come sia andata, non nego che prima arrivare qui, avevo i nervi a fior di pelle, non sapevo se avrei trovato lavoro, e se fossi riuscito a fare gli 88 giorni entro fine Agosto, ora le prospettive sono buone, ho già fatto più di 30 giorni, Otto e Lynette mi hanno assicurato che non sarà un problema il rinnovo del visto (tempo permettendo), e devo anche dire che la paga è buona, o meglio, in realtà è poco più del minimo che ci possano pagare, ma il fatto è che per quanto sia il minimo, con una settimana piena di lavoro, prendo tanto quanto un mese intero in Italia, ma questa non è la farm, questa è l’Australia, e qui è normale.
Quindi… questo è il riassunto del mio ultimo mese e mezzo di vita, come dicevo non avendo una connessione a casa devo venire a Byron Bay a connettermi nelle agenzie per backpackers , quindi non so quando riuscirò a pubblicare atri post, credo che nei prossimi racconterò di come sia andato il viaggio in Australia e Nuova Zelanda, che per inciso è stato uno dei più belli della mia vita, dopo New York ovviamente!!!
Cercherò anche di caricare qualche foto se internet funziona bene.
Per il momento vi saluto ringraziando chi si è appassionato al blog e mi ha chiesto di aggiornarlo, non credevo di essere seguito così tanto.
Cheers